Fallimenti e Tribunali

Fallimenti e aste giudiziarie: Cosa è necessario Conoscere


I casi di fallimenti e conseguenti aste giudiziarie ai danni del fallito sono ormai all’ordine del giorno. Tuttavia orientarsi nell’intricato panorama del diritto fallimentare non è cosa semplice, soprattutto se si vuole conoscere a fondo gli effetti del fallimento e adottare di conseguenza le misure necessarie.

Come vedremo a breve, spesso si usa impropriamente la parola fallimento, in quanto per poter fallire, e avviare di conseguenza la procedura fallimentare, è necessario possedere i requisiti previsti dalla legge.

Il diritto fallimentare è infatti un vero e proprio procedimento concorsuale di competenza del tribunale, sezione civile che, nei casi di soccombenza del fallito, culmina con la vendita giudiziaria all’asta dei beni.

Ma andiamo per gradi, iniziando con gli effetti del fallimento.

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Quali sono gli effetti del fallimento?

Come ogni procedura giudiziaria il fallimento produce effetti giuridici nei confronti della parte fallita e dei creditori.

Gli effetti nei confronti del fallito sono sia di natura patrimoniale, riconducibili allo spossessamento di tutti i beni e conseguente asta giudiziaria, sino all’adempimento del debito, sia di natura personale e processuale.

La legge fallimentare agli articoli 42 e 44 stabilisce che "sono compresi nei beni del fallito anche quelli che pervengono durante il fallimento". Naturalmente sono esclusi dai beni, quelli di natura personale, come ad esempio, gli assegni di carattere alimentare, stipendi (non oltre il quinto), pensioni e ciò che il fallito guadagna con la sua attività, nei limiti di ciò che gli occorre per mantenere se e la sua famiglia.

Sono altresì esclusi i frutti derivati dall’usufrutto legale sui beni dei figli e i redditi dei beni costituiti in patrimonio familiare.

L’ articolo 47 legge fallimentare stabilisce inoltre che, nei casi in cui al fallito vengano a mancare i mezzi di sussistenza, il giudice delegato, sentito il curatore e il comitato dei creditori, può provvedere alla concessione di un sussidio.

In buona sostanza restano intoccabili quelli che sono i diritti fondamentali dell’individuo, compreso il diritto a non perdere l’uso della casa di proprietà, sino alla liquidazione delle attività.

I fallimenti non producono effetti esclusivamente nei confronti del fallito ma anche nei confronti dei creditori, che perdono il loro diritto d’agire nei confronti del debitore, a favore degli organi fallimentari.

I beni del creditore vengono accollati e distribuiti ai creditori in base al credito vantato e delle garanzie sullo stesso, i cosiddetti creditori privilegiati.

Fondamentale per poter vantare il credito nei confronti del fallito, è stabilire se il credito è sorto prima o dopo la dichiarazione di fallimento, e se i creditori possono quindi definirsi "concorsuali" e partecipare quindi alle more del giudizio.

Quando fallisce un’azienda?

Come abbiamo accennato all’inizio di questo articolo, spesso il termine "fallimento" è usato impropriamente, in quanto sussistono dei requisiti per avviare una procedura fallimentare che il fallito deve possedere.

 Prima di tutto è doveroso chiarire una cosa: il fallimento può essere chiesto dallo stesso soggetto che sta per fallire, da uno o più creditori, oppure dal Pubblico Ministero.

 In ogni caso per poter fallire devono sussistere dei requisiti, sia di natura soggettiva che oggettiva.

 Partiamo dai primi:

 Presupposto necessario per rientrare nella procedura fallimentare, consiste nell’essere un imprenditore commerciale (ex art. 2195 cc) non piccolo (ex art. 2083 cc)

 E’ poi necessario il superamento anche di uno solo dei seguenti requisiti:

  • Aver avuto nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza fallimentare, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ai 300.000 euro;
  • Aver realizzato nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza fallimentare, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ai 200.000 euro;
  • Avere un ammontare di debiti anche non scaduti, non superiore ai 500.000 euro.

Solo la presenza congiunta di questi requisiti consente ad un imprenditore, anche se commerciale, di sottrarsi alla procedura di fallimento.

Per poter avviare un’istanza di procedura fallimentare è poi necessaria la presenza di un fattore oggettivo, ossia l’insolvenza del debitore.

L’art. 5 della legge fallimentare definisce stato di insolvenza, l’impossibilità da parte dell’imprenditore, di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni nei confronti dei creditori.

 

Dove finiscono i beni mobili ed immobili dell'azienda fallita?

Nel momento in cui si verifica lo stato di insolvenza da parte del debitore, subentra il diritto da parte dei creditori di essere soddisfatti nei loro crediti, attraverso la garanzia di parità di trattamento.

Tale garanzia viene attuata dall’Autorità giudiziaria, che provvede alla liquidazione del patrimonio (compreso di beni mobili e immobili) del debitore.

Queste procedure di liquidazione vengono definite procedure concorsuali, e sono finalizzate a garantire parità di trattamento tra i creditori, ai quali sono quindi precluse azioni individuali sul patrimonio del fallito.

All’imprenditore fallito viene sottratta la disponibilità dei suoi beni, che serviranno, una volta liquidati attraverso le aste giudiziarie, a soddisfare i creditori.

Questi atti, definiti di straordinaria amministrazione, sono affidati al Curatore fallimentare, previa autorizzazione da parte del Comitato dei Creditori.

Per le somme superiori ai 50.000 euro è inoltre necessario informare il Giudice delegato, a meno che tali adempimenti non siano già stati da lui approvati.

Lo scopo delle aste fallimentari è recuperare più denaro possibile dalla vendita dei beni mobili ed immobili dell’imprenditore fallito, in modo tale da soddisfare il più e il meglio possibile i creditori.

L’articolo 107 della Legge fallimentare, stabilisce la disciplina generale della vendite, che devono aver luogo tramite procedure competitive, pubblicizzate attraverso strumenti idonei che permettano la partecipazione del maggior numero possibile di soggetti.

Come abbiamo già avuto modo di vedere, non rientrano nei beni soggetti a fallimento, i cosiddetti beni personalissimi del debitore, atti al mantenimento suo e della sua famiglia.

E' possibile aprire una nuova azienda dopo un fallimento?

Con la chiusura del fallimento cessano tutte le incapacità che colpiscono il fallito e vengono meno gli effetti del fallimento sul suo patrimonio.

Il fallito rientra nuovamente nel possesso dei suoi beni affidati in precedenza al Curatore e che non sono stati oggetto di esecuzione.

Oltre a rientrare nel possesso dei beni rimasti, l’imprenditore fallito recupererà la propria capacità processuale e in tal modo sarà anche concessa la possibilità ai creditori di riacquistare i loro diritti nei suoi confronti.

L’imprenditore fallito tuttavia, potrà non solo avviare una nuova attività commerciale ( autonoma e distinta dalla precedente ) dopo il fallimento, ma lo potrà fare anche durante, come affermato da una sentenza della Corte di Cassazione, la n. 9812 del 1/3/2006 purchè non sottragga i beni o la liquidità già acquisita alla procedura fallimentare.

L’imprenditore che viola tali limiti imposti dalla legge, commette reato di bancarotta fraudolenta, punibile con il divieto di esercizio di attività commerciale fino a dieci anni.

I ricavi della nuova attività commerciale iniziata in concomitanza alla procedura fallimentare, potranno essere goduti dall’imprenditore fallito nei limiti del sostentamento suo e della famiglia, mentre gli utili saranno acquisiti dal curatore.

 

Quali sono gli effetti del Fallimento sul fallito?

Abbiamo visto che tutti i fallimenti hanno degli effetti sulla parte soccombente, il fallito, e che questi effetti si riconducono principalmente allo spossessamento dei beni del fallito in favore dei suoi creditori.

Oltre allo spossessamento il fallito:

  • perde la capacità processuale;
  • ha l’obbligo di consegnare al curatore la propria corrispondenza;
  • E’ obbligato ad informare il Curatore ogni cambiamento di residenza o domicilio.

Abbiamo visto che tuttLo spossessamento dei beni, come abbiamo visto, consiste nel privare il fallito della disponibilità degli stessi, sia mobili che immobili, oltre alla possibilità, da parte del Curatore fallimentare, di esercitare l’azione revocatoria, ordinaria o fallimentare, su quei beni ceduti da parte del fallito a terzi, anche anteriormente al fallimento, in presenza di determinati presupposti di legge.

La cancellazione dei falliti dal casellario

La riforma della legge fallimentare introdotta dal decreto legislativo 5/2006 ha soppresso l’istituto della riabilitazione del fallito e di conseguenza anche il registro dei falliti, facendo di fatto venir meno la menzione delle sentenze di fallimento nel casellario giudiziario.

Ciò sta a significare che gli effetti del fallimento, per quanto riguarda le incapacità personali dell’imprenditore fallito, vengono meno con la dichiarazione di chiusura del fallimento.

La riforma del 2006 tuttavia non ha provveduto a dichiarare nulla sulle cause ante riforma, è quindi intervenuta in merito la Corte Costituzionale con la sentenza n.308/2010, che ha sancito il diritto dell’imprenditore fallito ante riforma, di richiedere la cancellazione dell’annotazione della sentenza dal Casellario giudiziario.

Per le questioni concernenti la cancellazione della sentenza dal Casellario giudiziario è competente il Tribunale penale in composizione monocratica e il giudice dell’esecuzione del Tribunale nel cui ambito territoriale e nato l’imprenditore fallito.

E' possibile acquistare i beni da un fallimento?

La disciplina della vendita è stabilita dall’articolo 107 della legge fallimentare, che abbiamo già avuto modo di vedere. I beni spossessati all’imprenditore fallito e che entrano a far parte del patrimonio fallimentare, sono amministrati dal curatore, il cui compito è quello di adottare tutte le misure necessarie per ricavare il massimo profitto dalla vendita dei beni, in favore dei creditori.

 In altre parole si lascia al Curatore fallimentare la scelta su quali misure adottare per vendere i beni del fallito, anche se, in linea di massima l’asta giudiziale è lo strumento più utilizzato.

 L’articolo 105 della legge fallimentare prevede poi la possibilità che l’acquirente, anziché pagare il prezzo dell’azienda o del ramo d’azienda che desidera acquistare, si accolli parte del debito del fallito pagando in modo ordinario il prezzo rimanente.

 In linea di massima il Curatore deve cercare di vendere tutta l’azienda, tuttavia in molti casi ciò non è attuabile e deve quindi ricorrere alla vendita dei singoli beni, tra cui rientrano beni mobili, immobili e crediti.

 Le procedure che il Curatore fallimentare deve seguire, rientrano:

  • Nell’utilizzo di procedure competitive;
  • Utilizzo di una adeguata pubblicità;
  • Scegliere collaboratori specializzati (eventuale).

Nei casi in cui pervenga un’offerta irrevocabile di acquisto superiore del 10% del prezzo offerto, il Curatore può sospendere la vendita in favore della nuova proposta, che sia vantaggiosa per i creditori.

 In tutti i fallimenti il curatore può subentrare nelle procedure esecutive in corso alla data del fallimento.

 

Acquisto in asta giudiziaria da fallimenti

Lo scopo della procedura fallimentare è quella di trasformare tutti i beni del fallito, che abbiamo visto possono essere mobili, immobili o crediti, in somme di denaro da poter distribuire ai creditori, in base al credito e le garanzie vantate.Dopo aver effettuato l’inventario dei beni, il Curatore deve predisporre un programma di liquidazione, che deve essere approvato dal Comitato dei Creditori e dal Giudice delegato.

La scelta degli strumenti da adottare per la liquidazione dei beni spetta al Curatore, che dovrà utilizzare procedure competitive atte a garantire la vendita del patrimonio del fallito.

Rispetto al codice di rito che prevede la vendita con o senza incanto, il diritto fallimentare concede al Curatore fallimentare ampi margini di manovra, potendo scegliere anche modalità diverse, come le offerte private.

Le aste giudiziarie nei fallimenti restano tuttavia uno dei mezzi più utilizzati.

Ex articolo 579 cpc "ognuno è ammesso a fare offerte all’incanto, eccetto il debitore" e le offerte possono essere fatte personalmente o a mezzo di mandatario munito di procura speciale.

L’ Iter procedurale segue le vie ordinarie, laddove inizia con l’ordinanza di vendita emanata dal giudice e che prevede un termine di 90/120 giorni entro il quale possono essere proposte offerte d’acquisto.

L’ordinanza stabilisce inoltre i modi in cui deve essere prestata la cauzione e fissa al giorno successivo alla scadenza del termine, l’udienza per la deliberazione sull’offerta e la gara tra gli offerenti.

All’avviso dell’ordine di vendita provvede poi la Cancelleria, pubblicizzando l’annuncio sui giornali e anche su siti internet, come ad esempio siti di aste giudiziarie online, aste immobiliari, annunci di esecuzioni immobiliari ecc.

Per partecipare ad un’asta giudiziaria è indispensabile aver prestato la cauzione, che varia a seconda che la vendita sia con incanto o senza incanto.

 

Che ruolo ha il tribunale in un fallimento?

La legge fallimentare indica quali sono gli organi preposti al fallimento, indicandoli nel:

  • Tribunale fallimentare;
  • iudice delegato;
  • Il Curatore Fallimentare;
  • Il Comitato dei Creditori.

La riforma del 2006 ha mutato profondamente il ruolo e i rapporti tra questi organi, seguendo una logica di semplificazione della procedura, di fatto valorizzando alcuni organi come il curatore fallimentare e il comitato dei creditori, a discapito invece del Giudice Delegato, diventato semplice organo di garanzia procedurale.

 Il Tribunale fallimentare non ha di fatto mutato di molto i propri poteri, e resta investito dell’intera procedura fallimentare ex articolo 23 Legge fallimentare.

 Al Tribunale spetta la nomina e la revoca, in presenza di giustificati motivi, degli organi della procedura.

 Ex art. 23 lf, il Tribunale ha facoltà di sentire in camera di consiglio il curatore, il fallito e il Comitato dei Creditori. Al Tribunale, sempre in composizione collegiale, spetta inoltre decidere con decreto, sulle controversie procedurali, tranne quelle di competenza del Giudice delegato, oltre che sui reclami contro i provvedimenti del Giudice stesso.

 Ex art. 24 il Tribunale che ha dichiarato il fallimento è competente a conoscere di tutte le azioni che ne derivano, indipendentemente dal valore.

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